RECENSIONE ESTESA
Si potrebbe tracciare tutta una storia del cinema d’animazione attraverso gli occhi dei personaggi, e il modo in cui sono stati disegnati. Walt Disney fu uno dei primi a capirlo: gli occhi grandi ispirano fiducia, e infatti Topolino li aveva enormi fin dall’inizio.
In seguito, il “dio dei manga” Osamu Tezuka si ispirò proprio a Disney (e a Betty Boop) per tradurre questa idea nel fumetto giapponese, dove gli occhioni sono un tratto distintivo quasi irrinunciabile. Specchio dell’anima, si dice spesso, ma anche dell’animazione: è tramite gli occhi che esprimiamo la maggior parte dei sentimenti, ed è attraverso di essi che l’animatore suscita determinate reazioni o emozioni nel pubblico. Con gli occhi entriamo in relazione, empatizziamo; sono la nostra porta di accesso verso il prossimo, poco importa che sia reale o fittizio.
Tale premessa è utile per comprendere una delle migliori trovate di Jumpers, film in cui gli occhi sono davvero una “soglia” tra l’umano e l’altro da sé. La protagonista è Mabel Tanaka (doppiata benissimo in italiano da Tecla Insolia), studentessa universitaria e animalista militante della città di Beaverton. Sua nonna le ha insegnato il valore della natura, ma lo stagno vicino a casa – il loro posto speciale fin da quando era bambina – è in pericolo: il sindaco Jerry Generazzo vuole infatti costruirci sopra l’ultimo tratto della tangenziale, approfittando del fatto che non ci sono più animali in zona. Per farli tornare, servirebbe che un castoro ci costruisse una diga, ma il tempo scarseggia, e Mabel non sa cosa fare.
Una possibile soluzione risiede negli esperimenti della Dr.ssa Samantha “Sam” Fairfax, sua docente di biologia: la scienziata ha infatti inventato un sistema che permette di trasferire momentaneamente la propria coscienza in un animale robotico, e studiare così la natura dall’interno. Sarà proprio questa tecnologia a permetterle di infiltrarsi tra gli animali, scoprendo tutta una struttura sociale di cui gli umani non erano a conoscenza.
Il passaggio dalla forma umana a quella animale è reso con un effetto spiazzante, legato alla percezione degli occhi e della loro forma. Quando li vediamo attraverso i personaggi umani, gli animali hanno piccoli occhi anonimi, simili a gocce di inchiostro, come un Ditto (avete presente il Pokémon trasformista?) che imita l’aspetto di qualcos’altro. Ma non appena Mabel prende il controllo di un robot castoro, assume la prospettiva degli animali stessi, e comincia a vederli con occhi grandi ed espressivi, dotati di sclera e pupilla: insomma, diventano personaggi veri e propri, assumendo i tratti tipici della personality animation. Espediente arguto, questo, poiché mette in scena con un semplice artifizio grafico – senza bisogno di spiegazioni verbali – la distanza fra uomini e animali, la sottovalutazione che i primi fanno dei secondi. Mabel ne capisce anche la lingua, può comunicare con loro, ed entra in un sistema gerarchico comandato dal castoro George, il magnanimo re dei mammiferi.
La lezione è ovvia, ma ogni tanto ci fa bene riascoltarla: in quanto esseri viventi, facciamo tutti parte dello stesso cielo. George lo ripete spesso a Mabel, ricordandoci che anche gli umani sono animali (peraltro mammiferi, quindi parte integrante del suo regno). Il conflitto è quindi tra l’arroganza umana e gli equilibri della natura, tòpos non nuovo nel cinema d’animazione, ma poco esplorato dai film Pixar, che di solito immettono l’umanità in contesti estranei. Qui, invece, il mondo degli animali obbedisce a regole ben diverse dalla nostra “civiltà”, figlie del pragmatismo della natura: è nell’ordine naturale delle cose, ad esempio, che una preda catturata venga mangiata dal predatore, senza drammi o sentimentalismi. Idealizzare la natura è una caratteristica umana, non animale. Lo abbiamo visto di recente anche ne Il robot selvaggio.
In effetti, uno degli elementi più spassosi di Jumpers è il contatto tra gli uomini e il mondo segreto degli animali, quello che di solito viene rappresentato senza alcuna ingerenza umana (pensiamo, in ambito Pixar, a A Bug’s Life).
Se Mabel e la Dr.ssa Fairfax restano sorprese da ciò che scoprono, è perché l’homo sapiens fatica a riconoscere l’esistenza di emozioni e strutture complesse al di fuori delle proprie. In tal senso, il film diretto da Daniel Chong e scritto da Jesse Andrews è fieramente antispecista, pur attribuendo agli animali alcune caratteristiche fin troppo umane: gli americani, sensibili all’autorità e fedeli al culto del lavoro, potrebbero rivedersi nella solerzia dei castori. D’altra parte, non ci si può espettare qualcosa di pienamente rivoluzionario da Hollywood, potere e contestazione finiscono sempre per darsi la mano.
Resta comunque un blockbuster di taglio ecologista, con alcune idee brillanti e un piacevole senso dell’umorismo, particolarmente efficace nelle soluzioni di montaggio (esemplari i litigi tra Mabel e il sindaco). Un film che supera le differenze tra specie, e scova le intuizioni giuste per farlo.